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Di quel banner mi colpì “L’evento hip hop dell’anno” prima ancora di “Wu-Tang clan“… ma le due cose insieme mi hanno fatto pensare che non avrei potuto mancare.
I Wu-Tang non sono mai stati tra i miei ascolti più frequenti, ma il pensiero che avrei avuto di fronte dei mostri sacri che hanno contribuito a cambiare la storia del rap, che hanno conosciuto i peggio posti della East Coast (e anche della West), che sono stati in galera, che hanno suonato per chiunque, con chiunque, e che quella sera sarebbero stati lì anche per me, ecco questo per me ha reso la tentazione irresistibile.

Fuori il parcheggio è veramente scarso, forse i milanesi si recano all’ippodromo usando i mezzi, ma per questi eventi bisognerebbe anche pensarci… dentro, la location: perfetta.
Prima di accedere all’interno dell’anello dove corrono i cavalli e dove si staglia un grande palco passo indifferente tra ‘milanesissimi’ bar, un banchetto della frutta, un’inutile e sponsorizzatissima console del DJ. Dentro un milione di bagni e tre bar, mai troppo affollati nonostante il numeroso pubblico, sovrastati da due zone “privé” che non infastidivano e non suscitavano nessuna invidia essendo laterali e lontane dal palco.

Dopo un pochino di attesa ha incominciato un DJ e poco dopo è uscito Noyz Narcos e il TruceKlan, che conosco forse meno dei Wu-Tang, ottima impressione devo dire e, tra tutti i gruppi rap che mi è capitato di incontrare nell’ultimo periodo, sicuramente quelli con il piglio più americano: poco contorno, tanta sostanza, nelle basi e nei testi. Devo dire che non amo precisamente l’accento romano nel flow ma sarebbe come chiedere a un gatto di camminare su due zampe.

Mezz’oretta di intro, mezz’oretta di pausa e poi ecco che col calare del buio entra in scena il DJ che ci accompagnerà nel corso di tutta la serata.
Ok… mi è venuta voglia di una birra… aspettate un secondo… no eh… ecco, ok… entrano… 8 MC sul palco! Anzi nove, Ol’ Dirty Bastard è sempre presente, si percepisce nell’aria.
Un palco semplice semplice, vuoto, senza giochi di luce, riempito però alla grande dal flow, dai duetti, dagli scratch e dai movimenti degli otto rapper che hanno perfettamente dimostrato che questo poteva essere come minimo il loro 80milionesimo concerto.
I pezzi si sono susseguiti uno dopo l’altro, alcuni un pò più ruvidi, altri più morbidi (ma non troppo) e gli otto ragazzacci from Staten Island, New York, non si sono proprio risparmiati, gli ottanta milioni di concerti si vedono eccome, sono stati capaci di coinvolgere il pubblico anche quello più ignorante dei loro pezzi come me.
Uno su tutti? Method Man… il più front man, il più cattivo, il più bravo, il più… sexy?
Devo dire che per come sono abituato io a fruire questo genere di musica, in cuffia analizzandone i beat, le basi nella loro costruzione il live fa perdere un pò del suo bello, compensato in questo caso da rapper devastanti, ma certo… se il volume fosse stato all’altezza…
Il volume santo Cielo!!! Questa roba deve arrivare fin lassù! E’ divina!
Questo ‘problema’ però non ha evidentemente minato la partecipazione del pubblico italiano che mi ha lasciato a bocca aperta, quasi tutti veramente coinvolti e tanti cantando anche un bel pò di pezzi.
Io che sono contornato da rispettabilissimi fan di qualunque gruppo, da Mengoni a Springsteen, dagli U2 ai Negramaro, di qualunque genere che non sia l’hip hop sono rimasto shoccato.
Grandi, grandi, siamo grandi. Queste cose mi fanno capire che ce la possiamo fare.
Avrei voluto aspettarli all’uscita per stringere la mano a tutti, uno ad uno e dirgli: “Big up brothers, I entered the Wu-Tang! Wu-Tang! Wu-Tang!

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