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In uno dei miei viaggi a Parigi, qualche anno fa, volli a tutti i costi fare tappa al cimitero del Père-Lachaise con la scusa ufficiale di rendere omaggio a Jim Morrison.

La ragione secondaria fu che da sempre ritengo i cimiteri e i mercati il cuore delle città quei posti dove trovi pochi turisti e, se sei fortunato, riesci a respirare un minimo della vita normale delle persone del luogo.

La terza ragione, non meno importante, è che una tappa “alternativa” ti costringe a vedere luoghi che frequentando le solite mete turistiche non vedrai mai, come quando nell’ennesimo viaggio a Londra mi costrinsi, mentre gli altri erano al fottuto museo delle cere, ad andare in un negozio di dischi a Walthamstow, solo perché lì presentò tempo prima il suo disco una specie di boy-band dei tempi che adoravo, il cui nome non rivelerò nemmeno sotto tortura. (East17 n.d.r.)

Quel sabato pomeriggio a Parigi non vidi solo un posto meraviglioso, ammirai anche, oltre al luogo dove riposa il poeta Jim, la tomba di Oscar Wilde parzialmente ricoperta di baci di rossetti dai colori vivaci e provocanti, ma anche un quartiere periferico, non proprio della banlieue, ma tranquillo in cui la vita scorreva senza l’intrusione turistica.

Quello che mi colpì più profondamente fu un oratorio popolato di ragazzini di ogni etnia occupati a far passare il pomeriggio tra giochi, basket e liti con un sottofondo, forse immaginato, di musica arabarap diffusa da non so quale dispositivo.

Per un ragazzo di provincia come me, proveniente da uno stato in cui la multi-razzialità era ancora lontana, fu un’immagine forte, un momento, un luogo, una situazione che con sgomenta certezza sapevo non avrei mai potuto, purtroppo, vivere.

L’oratorio del mio paese era un posto triste, aperto dalle 17 alle 19.10 rigorosamente solo in settimana, senza campo da basket, ma con due campi da tennis a pagamento e un campo da calcio in terra battuta e sabbia. Poco meglio dell’asfalto ma poco ci manca.

Dopo le 19.10 e nel fine settimana, che allora non si chiamava ancora weekend, se volevi potevi stare in giro con i tuoi amici per le strade di una cittadina il cui pericolo principale erano due gavettoni. Ci sentivamo forti e padroni del nulla.

Poi negli anni duemila inoltrati arriva lui, la sua passione per il basket, i sabati pomeriggio noiosi e la musica raptrap-araba che i ragazzini, anche nel mio paese di provincia, ascoltano grazie agli ormai immancabili cellulari.
E l’oratorio “Don Luigi Frascarolo” di Valenza, non quello sopracitato, che ogni tanto ci ospita per toglierci il più grosso della nostra voglia di giocare a basket.

Probabilmente il mio compagno di pomeriggi noiosi nel nostro noioso paese di provincia non leggerà mai queste parole, di sicuro non saprà mai che, grazie a lui, sabato pomeriggio scorso ho vissuto un sogno che avevo fatto vent’anni prima e che pensavo non si sarebbe realizzato mai. A pochi passi da casa, con un pallone a spicchi in mano e la nostra musica preferita nell’aria.

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