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-NON LEGGETE QUELLA FOTTUTA INTRODUZIONE-
Perché a volte mi vengono delle idee malsane?
Perché se non ho mai fatto una cosa devo farla una volta e, proprio quella volta, nel momento sbagliato e con le peggiori conseguenze possibili?
Per me leggere l’introduzione di un libro è come andare al cinema dopo aver letto la trama di un film. Me lo gusto a metà.
Giuro non l’ho mai fatto, mai, almeno non prima di averlo finito, ovviamente, giusto per vedere che cosa c’era scritto e godere ancora per qualche istante di quello che avevo ‘vissuto’ tra le pagine o i fotogrammi e per confrontare le mie sensazioni con quelle di chi, sicuramente, è più esperto di me.
Questa volta si trattava di un regalo e non conoscendo minimamente l’autore mi sono sfortunatamente imbattuto in queste tredici pagine redatte dal di certo grande traduttore Giorgio Amitrano.
Eh sì perchè il libro è proprio tradotto bene, l’ho bruciato liscio come l’olio di una lampada, complimenti Giorgio Amitrano hai fatto un gran bel lavoro, però… non hai mai pensato di farti i cavoli tuoi? Dirci come va a finire questa storia, che Murakami Haruki ci avrà pure messo un bel pò di sudore a scrivere e che io mi pregustavo come un bambino il gelato quando il signore vestito di bianco gli sta preparando il cono, non è stato un gran bel gesto, lo sai?
Noi poveri lettori mica leggiamo perché non abbiamo niente di meglio da fare! Vogliamo vivere ogni capitolo con l’ansia di scoprire cosa succede, tu non puoi scrivere tredici fottute pagine di introduzione e dirci prima quello che noi vogliamo scoprire sobbalzando dalla sedia o rovinando giù dal letto, con la naturalezza, tra l’altro, con cui io forse sottolineerei un particolare della rilevanza di un neo sulla guancia, cazzo!

Intro (ma non scherzi) a parte, il libro per me è stata veramente una grande scoperta.
Ha la stessa delicatezza di un fiocco di neve che si poggia sul palmo della mano. Di quelli che poi vedi i cristalli per un pò. E’ quando si sciolgono che poi ti accorgi che hai la mano fredda, è solo andando avanti nella lettura che capisci che le parole di Murakami Haruki (scritte in parte anche in Italia, a Roma!) penetrano come un coltello dentro la tua pelle.

Io adoro i romanzi come questo con pochi personaggi, belli, intensi, particolareggiati e profondi, che quando finisci il libro e suonano al citofono pensi che sia uno di loro che viene a riprendersi quanto di lui hai appena fatto tuo. La loro personalità, la loro intimità, ho assorbito tutto dalle pagine di questo romanzo.

Tutto inizia da un pezzo musicale dei Beatles (indovinate quale?) che coglie Watanabe, il protagonista ormai adulto durante un volo aereo, e dal quale lui, rispolverando tutti i suoi ricordi, ci racconta dei suoi anni al collegio, quando iniziò l’università.
La musica è praticamente il filo conduttore del romanzo, è sempre presente, o per il lavoro di un personaggio o come sottofondo delle vicende raccontate e, ai miei occhi, ha reso sicuramente più poetica tutta la narrazione. Mi sono trovato a odiare Watanabe per le sue decisioni e per le sue indecisioni, ad amarlo per il suo coraggio e per la sua sincerità, ma lui ragazzo faccia a faccia con vicende tragiche, scelte difficili, vita vera a cui ha offerto il volto, travolto, a tratti dalla bufera degli avvenimenti ha dovuto tenere a galla la zattera dei suoi sentimenti in un mare decisamente agitato. Ha dovuto accettare suo malgrado decisioni “giuste”, per altri, lasciando, a mio parere troppo spesso, che il corso degli eventi avesse la meglio.

Un romanzo di ‘azione sentimentale’, pervaso di quella delicatezza e lentezza tipicamente orientali, che mi hanno cullato tra le pagine e dolcemente dondolato tra un dolore immenso e impossibile da rimuovere a una gioia fugace come l’ascolto inaspettato di un pezzo incastonato tra i ricordi del passato.
Certo scorrendo le pagine di Norwegian Wood non si può fare a meno di riflettere su quello che tanti chiamano “destino”, che inevitabilmente emerge essere la somma di tante scelte che per più fortunati o coraggiosi saranno più che altro fatte, per gli altri subite.

Da leggere ascoltando: l’autore ce lo suggerisce direttamente nella postfazione, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.

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